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Chiedo il dono dell’imperfezione,
la bellezza del vaso che mostra la colla.
Non voglio la linea retta,
il marmo statico,
ma il tremolio della fiamma
che non sa dove andare,
la santa mutevolezza dell’acqua
che cambia forma
per sete,
per pietra,
per abisso.
Sia mia la grazia
di un passo che esita -
quell’incertezza
che è l’unica prova del viaggio.
Imploro il cielo
che mi insegni a cadere
non come un peso morto,
ma come un seme
che accetta l’urto
per fecondare il buio.
Che l’impatto
mi apra la terra nel petto,
che ogni ferita
impari il mestiere del solco.
Voglio sbocciare
senza radici d’acciaio,
libera dal dovere feroce
di restare sempre uguale.
Imparare l’arte animale
dello sparire e del ritorno:
fiorire in un soffio,
improvvisa,
randagia,
con la stessa anarchia
con cui sboccia il vento.
© 2026 Alma Gjini. Tutti i diritti riservati.
20 APRILE 2026